Mia madre dice che qui dentro fa freddo, il riscaldamento si attiva troppo lentamente e così non può addormentarsi. Chiudere gli occhi le è necessario più dell’aria che, sempre a suo dire, qui dentro non esiste, perché ammorbata dal puzzo dei miei tre cani.
Ora è sveglia e ha freddo, ma lascio che si lamenti. Ben le sta. Potrei lamentarmi anche io, con mio padre, però, che non ha saputo tramandarmi l’arte della furbizia che un’ora fa, per esempio, mi avrebbe consentito di scansare senza alcun rimorso l’abituale richiesta materna di accompagnarla tutti i venerdì mattina dal fruttivendolo per la spesa grande.
La furbizia richiede rapidità e a me la rapidità dà sui nervi, perchè costringe a stare all’erta e non sono un cane che sta all’erta, affinché nessuno metta piede da qualche parte, anche qui dentro.
A dire il vero, però, non sono nemmeno un tipo ecumenico. Io e i miei tre cani, per esempio, non siamo una cosa sola. Li ho scelti al posto degli uomini solo per poter dire che vivo con qualcuno. Avrei potuto continuare a vivere con madre e padre e risparmiare tempo e denaro per una migliore causa?
Il punto è che non sono stata furba, non mi sono mossa al momento giusto, senza dare alcuna possibilità di replica. Mi dico spesso: avresti avuto una visuale migliore la mattina, appena sveglia; ma tant’è, mi sono accontentata.
Non è dalla mia casa che vi sto parlando. Oltre a essere freddo e frequentato assiduamente da tre cani, questo posto è anche diffusamente lercio. Non sono stata furba, rapida, a pulire almeno l’apparenza. Eliminare con un colpo secco, come quello di una pistola, la sostanza del puzzo mi sarebbe costato troppo, la mia automobile non lo merita. In fin dei conti, l’ho acquistata usata.
Stavate pensando che il freddo e il puzzo appartenessero a una casa? Certo che no, la mia casa al pianterreno di una bifamiliare circondata da vigneti appartiene all’ordine delle cose ordinate; è un gioco di parole, pronunciate sempre in modo sommesso, per non disturbare le viti e i loro padroni, fra cui quello della bifamiliare, stanco di vedere le persiane al pianterreno abbassate. Non è per una questione di malinconia, ma di immagine. Le persiane abbassate equivalgono a una rinuncia, un padrone di vigneto non rinuncia mai a un buon raccolto e al gusto dell’esportazione.
Mi ha affittato le stanze rivolte a nord-ovest a una condizione: che i miei tre cani, rifiutati a priori dalla madre freddolosa e dal padre furbo e rapido, non mettano le zampe all’interno della casa in affitto, né si avventurino tra i filari di viti, accostando il loro puzzo al sacro manto dei cani da guardia dei padroni dei filari medesimi.
Furbi e rapidi come le pistole. Il padrone definisce così l’indole dei suoi cani. L’ho riferito al padre furbo e rapido, che di un simile paragone ha tessuto le lodi, giungendo a cambiare il suo pregiudizio nei confronti di colui che ha favorito la mia fuga dalla casa d’origine.
Da allora di ogni tizio o tizia che vede alla televisione il padre misura la furbizia con la rapidità di un colpo di pistola, sparato a salve. Al contrario del mio padrone della casa affittata, infatti, il padrone della casa originaria non ha mai sparato davvero.
Non escludo che i due un giorno si incontrino e il gioco a chi è più furbo, perché rapido, si svolga davanti a una pistola, che ancora non ho trovato, ma di cui, al momento, non escludo a priori l’utilizzo, magari in un poligono di tiro, giusto per capire com’è essere furba e rapida.
Il punto è, direbbe mia madre, che non è fatta, la pistola, per eliminare il freddo né il puzzo dei miei tre cani.
La mia automobile acquistata usata è verde, di un verde bottiglia, dotata di un bagagliaio stretto e basso, dove ogni venerdì mattina fra le otto e trenta e le nove entrano senza chiedere permesso due scatoloni pieni di frutta e verdura che neanche un reggimento. Eppure, il giovedì sera niente di loro resterà; si dovrà ricominciare da capo.
Anche questa è rapidità, in fin dei conti. È troppo veloce una settimana per consumare tutto in due persone? Che ne pensate? Dobbiamo dedurne che anche la madre freddolosa in fatto di frutta e verdura sia rapida quanto il padre furbo in altre non meglio precisate circostanze?
Il fruttivendolo non batterà ciglio neanche stamattina, né si lamenterà di doverli sistemare lui i due scatoloni, qui dentro, anzi qui dietro, nel bagagliaio.
La mia automobile è verde bottiglia ma di bottiglie verdi gli scatoloni non recheranno traccia. A mio modesto parere potrebbe essere una tonalità di verde adatta anche alla custodia di una pistola, magari fatta di stoffa con un cordiglio spesso e intrecciato come quello di una tenda.
I vigneti non li ho voluti nascondere alla vista con le tende fatte a mano da chissà quale ava, parte di un corredo che la madre tiene custodito neanche fosse il Santo Graal. Le tende sono soltanto un enorme fastidio: si riempiono di polvere, se le lavi in lavatrice si rovinano, ti costa un occhio farle lavare a secco e poi bisogna pure farle stirare. Messa da parte tutta questa ritrosia, resta la domanda fondamentale: perché privarmi della vista dei vigneti, ora che riesco a entrare in una casa non circondata da altre case?
Con la scusa di controllare dalle finestre i miei tre cani guardo fuori, guardo oltre e il più delle volte mi pento di non aver studiato la terra e i suoi frutti per aiutare i contadini.
Io li invidio i contadini, anche se oggi non li chiamate più così e forse neanche loro si fanno chiamare più così. Al di là del nome collettivo, che già far parte di un collettivo avrebbe giovato alla mia salute, io li invidio i contadini perché imparano a usare una pistola scacciacani e, all’occorrenza, la usano senza rimorsi di coscienza. Anche stamattina, per dire, il padrone della casa bifamiliare l’ha portata con sé. Dalle finestre senza tende l’ho accompagnato con gli occhi.
Se avessi messo le tende, avrei perduto l’attimo esatto in cui se l’è messa nel fodero, che non è fatto di stoffa verde. Avrei perduto l’attimo, perché costretta a stringere il cordiglio intorno alle tende, rimaste estese per tutta la notte a coprire i radi latrati dei miei tre cani, al confine fra la terra dove si aggirano e quella fatale, utile a usare una pistola che li scacci perché non ci pensino un’altra volta a violare le regole.
Io le violo costantemente, le regole, confinando i miei tre cani in un territorio troppo breve e monotono per loro. Le ho violate anche stamattina, rendendo loro noto che no, nella mia macchina verde bottiglia non sarebbero saliti, perché è il giorno della frutta e della verdura, le stesse che, contadina, avrei potuto coltivare al posto dei vigneti, intorno alle finestre senza tende.
Le ho violate, le mie regole, perché sono arrivata in un territorio troppo monotono, tutto uguale. Sono stata troppo rapida a firmare quel contratto d’affitto.
La rapidità sbagliata, la rapidità degli idioti, non quella dei furbi e delle pistole.
Il prossimo venerdì mi alzerò prima, prenderò la pistola del padrone del vigneto e la porterò in un’altra casa che ho cucito per lei tempo fa, una bella fodera di stoffa verde con il cordiglio spesso e intrecciato a dovere, riposta nel corredo delle ave. Mia madre, quel giorno, era troppo infreddolita e ripiegata da ripetuti lamenti di dolori inesistenti, riversati al telefono con un’amica, tra le sue amiche quella più risentita con me, perché, secondo lei, nemmeno ai miei tre cani riesco a voler bene. Lei li vede, dato che abita nell’altra porzione di casa bifamiliare.
Anche stamattina li ho lasciati legati vicino al rubinetto dell’acqua che serve a bagnare la terra; li ho lasciati lì, giusto perché apprezzino una parvenza di accudimento da parte mia. Morire di sete è peggio che morire di fame, no?
Mia madre non ha voluto fare colazione stamattina, troppo presa dal trambusto interiore di non dimenticare nulla nella lista da sottoporre all’attenzione del fruttivendolo. È sempre la stessa, tranne per qualche eccezione stagionale, a patto che le condizioni generali di buona salute della madre e del padre si mantengano inalterate.
Fatto sta che, seduta digiuna dietro a me, nella macchina ancora una volta fredda e maleodorante, non si sta preoccupando per un eventuale probabile calo di zuccheri. Tanto, il fruttivendolo vende anche lo zucchero e, nel caso non ne avesse, la Ines entra sempre quando entriamo noi. La Ines ha fatto caffè per una vita. È ancora l’anima del bar, rifugio del quartiere a venti passi dall’ortofrutta. Dalla casa originaria all’ortofrutta sono cento metri in linea d’aria, un po’ di più se tenete conto della strada da percorrere, fatta di curve e attraversamenti pedonali, e del parcheggio davanti all’ortofrutta, che dovrebbe essere lasciato libero e molto spesso non lo è.
Questo venerdì mattina lo è e quindi, per una volta, la madre vive con malcelata soddisfazione infreddolita la rapidità dell’occupare un posto che potrebbe essere ambito da altri. La rapidità in questione è l’unica che conosce, ma non le appartiene. Sono io che guido e la macchina mi obbedisce. Fredda e maleodorante, ma ubbidisce. Possiamo concludere che la madre otterrà anche stamattina quello che vuole, grazie al digiuno, al freddo, alla puzza dei miei tre cani e alla calcolata accondiscendenza del fruttivendolo. Noi non lasciamo debiti.
Il fruttivendolo ci vede scendere dall’automobile fredda e sa già che la sua colazione abbondante andrà di traverso, non appena aprirò il bagagliaio, affinché lui vi deponga la frutta e la verdura per un reggimento.
Dovrà sopportare la puzza dei cani; lui odia i cani e nutre una viscerale passione per le pistole.
Ogni domenica se ne va al poligono di tiro, oltre i filari di vigneti. Dice che esercitarsi la domenica lo rende ben disposto nel caso sia costretto, suo malgrado, ben inteso, ad allontanare dal negozio di prossimità i balordi di prossimità.
La Ines dice che ci sono sempre stati e lei è campata bene lo stesso. Evidentemente il suo caffè scoraggia il crimine, mentre la frutta e la verdura e i vigneti lo inducono? Tre volte hanno distrutto le vetrine dell’ortofrutta, tre volte hanno lasciato intatta la merce, tre volte hanno lasciato scritto: la prossima volta saremo più rapidi.
Nemmeno il fruttivendolo il venerdì mattina è tanto rapido. Forse, si è saziato troppo. Forse, ha freddo. Forse, è nauseato dalla puzza di balordo. La sua pistola io so dov’è. Chissà se, a forza di guardare i vigneti dalle finestre senza tende, mi sono esercitata abbastanza a capire come e quando essere più rapida dei balordi. La fondina di stoffa verde con il cordiglio spesso e intrecciato ha fame. Basta soltanto che le porti da mangiare, possibilmente caldo come un passato di verdura. Fumante, come una bella pistola che abbia portato a termine la sua missione.
Un piccolo racconto breve da assaporare con calma ,che regala emozioni.