Una luce sempre accesa
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di Dagmara Bastianelli

1.
Letizia si fermò nella cabina armadio, in piedi di fronte allo specchio. Testa, spalle e colonna vertebrale allineate. I lunghi capelli biondi in ordine. Il corpo nudo modellato dagli allenamenti quotidiani e dalla dieta che si era imposta per competere con i corpi delle colleghe più giovani.
Nonostante il portamento impeccabile e il nome che sembrava promettere gioia, faticò a riconoscersi. Lo sguardo era spento e, da un angolo dell’occhio destro, il mascara stava colando disegnando una linea serpeggiante sul suo volto pallido.
Gli innumerevoli indumenti che aveva tirato fuori nei giorni precedenti erano ancora sparsi sul pavimento e sulle poltrone della stanza. Anche la sera precedente il suo corpo era rimasto paralizzato di fronte allo specchio, bloccato dal peso di un’ondata di tristezza incomprensibile.
Tutto appariva perfetto nella sua vita. Il marito era stato appena promosso, un nuovo fine settimana in montagna aspettava lei e le sue figlie e aveva appena conosciuto alcune nuove celebrità da seguire. E non solo: la nuova babysitter era perfetta tanto quanto quella precedente, che l’aveva aiutata nei momenti più difficili, soprattutto quando i viaggi di lavoro erano diventati più frequenti.
Tutto sembrava in ordine, eppure lo specchio non restituiva quella perfezione. Letizia lo aveva visto come frantumato, percorso da un’incrinatura lungo tutta la superficie.
Anche se il suo impegno quotidiano era aiutare inquiete celebrità a indossare la maschera che meglio avrebbe raccontato un’illusoria impeccabilità, lei non riusciva a trovare un equilibrio.
Non quel giorno. Non nei giorni precedenti. Non nei mesi precedenti.
Infastidita dall’incapacità di controllare le sue emozioni, lei che era conosciuta per la sua imperturbabilità, chiuse l’armadio e si allontanò. Poi ci ripensò e tornò indietro, cercando di trovare la lucidità per scegliere l’insieme di vestiti e accessori più conforme all’occasione che la stava aspettando.
Devi essere impeccabile, sempre. Inaccessibile alle debolezze. E concentrata solo sui tuoi obiettivi, questo le aveva insegnato il padre. Impeccabile, inaccessibile, concentrata, queste le parole che si ripeteva come un mantra.
Serrò la mascella e ritrovò il controllo su sé stessa. Quel giorno era attesa in ospedale per una noiosa mattina di analisi di approfondimento, esami ormonali che l’avrebbero occupata per ore e ore, tenendola lontana dall’ufficio, dove la sua assenza - così si diceva - avrebbe sicuramente bloccato gran parte dei progetti.
Controllò che il cellulare fosse carico. Per vincere la noia avrebbe lavorato. Asciugò le lacrime, si vestì e uscì di casa. Di nuovo impeccabile, inaccessibile e concentrata.
Poco prima di uscire diede un’ultima occhiata allo specchio posizionato nel corridoio, quel maestoso accessorio che le aveva regalato Tina, la nonna materna dagli occhi verdi, ammonendola di guardarsi spesso per assicurarsi che la luce fosse sempre accesa. Al ricordo delle parole della nonna seguì l’eco della sua risata e un pensiero la trapassò. Si rese conto che la nonna le mancava, che non sentiva ridere così da tempo, e che anche lei non rideva da tempo, impegnata com’era stata a raggiungere tutti i suoi obiettivi. Ma il pensiero si sciolse nell’assordante vociare della città non appena uscì dal portone.
2.
Anche un’altra Letizia, una minuta donna dagli occhi verdi, quel mattino si trovò di fronte a uno specchio, sebbene più piccolo. Stava ridendo poiché il personale dell’ospedale le aveva appena regalato un turbante davvero troppo vistoso ed esplicito per i suoi gusti.
Letizia, proprio come il suo nome poteva suggerire, era una donna raggiante e ottimista, con la capacità di scorgere il sole dietro ogni nube. Certo, anche a lei il mascara colava, e piuttosto spesso. Ma mai per due giorni di seguito. Una forza misteriosa la portava a rialzarsi velocemente. Come se, non riuscendo a farlo, avesse fatto peccato, soprattutto nei confronti dei suoi genitori, morti qualche anno prima.
Letizia emanava un’energia contagiosa, il suo spirito non era stato schiacciato dalle numerose avversità che la vita le aveva posto davanti: dal doversi occupare dei suoi numerosi fratelli dopo la morte dei genitori a quella malattia che, per molti, era ancora impronunciabile. Aveva scoperto l’anno precedente di avere il cancro. Lo temeva da tempo, a causa di un pericoloso gene che la sua famiglia si tramandava, e quello che era un timore si era trasformato senza preavviso in una battaglia da affrontare. Subito. Senza esitare. Con tutto il coraggio possibile.
A causa di quell’ingombrante frutto del suo corpo aveva dovuto lasciare il lavoro di illustratrice e impegnare ogni sua forza in un percorso di guarigione incerto e pieno di ostacoli. Aveva rinunciato alle serate in compagnia degli amici, ai concerti e alle vacanze. La stanchezza e il malessere fisico le precludevano gran parte delle situazioni che molti suoi coetanei, in quello stesso periodo, potevano vivere. Tuttavia non aveva smesso di sorridere. Era rimasta ben salda in mezzo alle intemperie. Anche i fratelli, i nipoti, le amiche e il compagno erano stupiti da quella forza interiore. Spesso era lei a consolare loro, e non viceversa. Come aveva fatto anche quella mattina, quando era stata avvisata che non sarebbe venuto nessuno durante la seduta di chemioterapia. Riunioni, trasferte, scuole e negozi da tenere aperti non avevano concesso ai suoi cari la possibilità di raggiungerla.
Quel mattino Letizia era dunque sola, pronta per ricostruire la sua salute.
Ringraziando il personale del reparto per il regalo, entrò nella stanza dove le sarebbero state somministrate le consuete cure e fu sorpresa nel vedere la morbida poltrona in pelle vicino alla sua occupata da una persona, una bella ragazza bionda con una flebo attaccata al braccio che tamburellava agitata le dita. Il suo viso era contratto in una smorfia. Di disgusto? Di fastidio? E Letizia, quando varcò la soglia della stanza, la vide impallidire ancora di più, quasi avesse visto un fantasma.
3.
Letizia sussultò, e i suoi capelli biondi si mossero, come se fossero stati attraversati da una scarica elettrica. In quella stanza odorante di disinfettante era appena entrata una donna minuta dalla nuca liscia e rotonda. Sorrideva e in mano aveva quello che sembrava un fazzoletto.
Per un breve attimo Letizia fu attraversata da una sensazione indecifrabile. Un brivido la percorse.
Gli occhi verdi della paziente e anche la sua risata le ricordavano Tina, ma non fece in tempo a posare la sua attenzione sull’intuizione che subito la parte di sé che mal amava perdere tempo in ricordi nostalgici sostituì quella sensazione con una serie di pensieri aspri. Cosa avrà da sorridere questa donna? Sa di essere in ospedale? Non ha rispetto per il luogo in cui si trova e per la mia presenza?
«Buongiorno e piacere di conoscerti, mi chiamo Letizia» esordì la sconosciuta, allungando la mano verso di lei.
«Piacere, mi chiamo Letizia anche io» rispose Letizia, indossando un’espressione a metà tra lo stupore e il fastidio per quella nuova invasione del suo spazio.
«Abbiamo qualcos’altro in comune, oltre gli occhi verdi», disse sorridendo la donna. «Anche se i tuoi sembrano quasi azzurri. Sono azzurri o verdi?»
Ma Letizia, a questo punto, finse di dover rispondere a un messaggio. Mal tollerava chi la costringeva a un dialogo o chi non afferrava il suo desiderio di starsene per conto proprio.
Scese un lungo silenzio tra le due donne. Mentre Letizia si sentiva schiacciata da quell’assenza di rumori, e la percepiva ostile, minacciosa e invadente, la donna dagli occhi verdi appariva a suo agio in quella situazione. Emanava tranquillità. E il suo volto era affascinante. Tanto che la donna, mettendo a tacere i suggerimenti della mente – non distrarti, lavora, non infilarti in inutili conversazioni – cominciò a osservare con curiosità la compagna di stanza e a considerarla, secondo dopo secondo, quasi come un rifugio in quella situazione.
Il liquido della flebo scendeva piano e Letizia era già a buon punto del suo test quando, sentendosi in colpa per i pensieri reattivi prodotti dalla sua mente e per l’incapacità di gestire il silenzio, si girò verso la sua vicina e la guardò. A differenza di pochi minuti prima, quella presenza non invadeva più il suo spazio forzandola a partecipare alla conversazione, tutt’altro. Sembrava volerla accogliere, conscia di quanto fosse turbata da quel silenzio e da quel luogo.
Mentre osservava la donna indossare il suo turbante colorato, Letizia sentì un calore invadere la zona al di sotto dell’ombelico. Si fece così avanti una sete forte e misteriosa che le fece pizzicare gli occhi. Desiderava parlare con quella donna che somigliava a Tina. Abbracciarla, tenerle la mano, consolarla, farla ridere. Anzi no, non era questo ciò che desiderava. Desiderava che lei le parlasse, l’abbracciasse, la tenesse per mano, la consolasse, la facesse ridere. Proprio come aveva fatto la nonna in tante occasioni.
«Ti piace il mio turbante?», ruppe il silenzio la donna.
Letizia non rispose.
«Me lo ha regalato lo staff del reparto di oncologia, sai?», continuò. «Ho sempre raccontato loro di quanto fossi imbarazzata dagli addii al nubilato e dai gadget che si regalano. E così, visto che oggi finisco il mio ciclo di cure, hanno pensato bene di donarmi questo nuovo turbante. Sai, celebra l’addio alla condizione di malata, almeno per ora. Sarà anche ben augurante ma è abbastanza indecente, non trovi?»
Letizia continuò a non rispondere ma, nell’osservare il disegno sul turbante, un timido sorriso illuminò il suo volto. Non sapeva cosa fare. Non sapeva cosa dire.
All’improvviso cominciò a ridere, ma la sua risata era sgraziata e forzata. Si fermò, chiuse gli occhi e respirò. Al terzo respiro lanciò una nuova occhiata al turbante. E allora sì, quando lo vide in tutta la sua assurdità, iniziò a ridere più forte e a liberarsi di strati e strati di polvere accumulata. Rise da sola e poi iniziò a piangere, e a liberarsi di altra polvere accumulata.
Vedendo la reazione di Letizia, la compagna di stanza la guardò spaesata. Non sapeva cosa fare. Non sapeva cosa dire. Lei, così abituata a riempire ogni vuoto con le sue battute e la sua loquacità… Allora le prese la mano, le sorrise e la invitò nel suo silenzio, nel quale le due donne naufragarono per un tempo indefinito fino ad addormentarsi senza accorgersene.
Entrambe sognarono un luogo pieno di specchi, simile ai labirinti dei vecchi parchi giochi. Loro erano al centro di quello spazio infinito, ferme una davanti all’altra, mentre gli specchi restituivano le loro immagini, a volte fedeli, altre deformate o invertite.
Le due figure si moltiplicavano senza sosta sulle superfici lucide: apparivano, scomparivano, si rincorrevano da uno specchio all’altro. Letizia vedeva l’altra Letizia comparire accanto a sé, dietro di sé, al posto del proprio riflesso. E lo stesso accadeva all’altra Letizia.
Poi, all’improvviso, un boato attraversò il labirinto e una luce bianca accecante invase ogni cosa, inghiottendo tutti gli specchi. Ne rimase soltanto uno. Al suo interno le immagini delle due Letizie comparvero sovrapposte e poi i contorni iniziarono a fondersi, fino a diventare un’unica figura, nata da entrambe.
4.
Una volta sveglie e tornate nella realtà della stanza, iniziarono a parlare e ascoltarsi a vicenda.
Letizia raccontò del suo lavoro e di quella malinconia che la rincorreva da giorni, settimane, mesi.
Confidò all’altra Letizia di come avesse inseguito ogni traguardo, tralasciando tutto il resto e smettendo di ridere, di quanto avesse modellato la sua voce non più a sua immagine e somiglianza, ma solo per essere all’altezza di un ruolo. Le confidò che il suo sogno era di disegnare abiti, ben diverso dal suo lavoro quotidiano, ovvero obbedire e sottostare a ogni stramberia delle celebrità. E, soprattutto, le parlò di come non riuscisse a perdonarsi di essere stata impegnata in un viaggio di lavoro il giorno del funerale di Tina.
Poi toccò a Letizia. Confidò all’altra Letizia di somigliare alla madre, quella madre che, fino all’ultimo giorno, non aveva mai smesso di ridere. E le rivelò l’intera sua storia, le difficoltà da affrontare e i sogni per il futuro.
Mentre parlava, Letizia rifletté su quante difficoltà avesse superato l’altra Letizia, eppure nulla, proprio nulla, era riuscito a spegnere la sua luce. Tina sarebbe stata fiera di lei, pensò.
« Tina mi avrebbe voluta più simile a te», le disse. E quella consapevolezza tramutata in parole la trafisse nel profondo, rompendo in mille pezzi lo scudo che l’aveva accompagnata in quegli anni.
Fu allora che chiese: «Come fai a non perdere la tua voglia di ridere? Come fai a essere serena nonostante la concreta possibilità che tu possa morire?»
«In una risata c’è la vita», rispose Letizia. «Sin da quando ero piccola l’ho trovata un’esperienza catartica e liberatoria. È come ha scritto Virginia Woolf: “La risata ci ricorda che siamo soltanto umani, che non siamo né completamente eroi e né completamente malvagi. È quando ci dimentichiamo di ridere che perdiamo il senso delle proporzioni e della realtà”.».
E aggiunse: «Vivere dovrebbe essere come ridere. La vita è un pendolo. Oscilla e attraversa il bene e il male. In continuazione. Il pendolo non si può fermare, rischiamo di farci male nel tentativo di volerlo fare. Dobbiamo oscillare con lui. E vale la pena seguire l’oscillazione perché…».
«… Perché poi la vita finisce.», concluse l’altra Letizia.
«Esatto. È questo, solo questo, il nostro tempo».
5.
Quando la seduta di chemioterapia e i vari test si conclusero, le luci della stanza si spensero. Altre luci, invece, si riaccesero o aumentarono d’intensità. A una Letizia, che non si riconosceva più allo specchio, era stata donata una risata. All’altra Letizia, che aveva riso davanti a uno specchio, era stata donata l’occasione di poter condividere la sua risata.
Le due Letizie ripensarono spesso a quella mattina in ospedale. La ricordarono durante le cene e le vacanze che seguirono il loro primo incontro, quando la bionda Letizia cambiò impiego e quando dovette affrontare l’attesa del risultato di una biopsia. Ne parlarono anche quando Letizia, con i capelli ormai ricresciuti, vide pubblicato il suo primo libro di illustrazioni per bambini. Narrava di un incontro speciale in un lontano paese popolato di specchi, quello tra due bambine che si chiamavano entrambe allo stesso modo e si somigliavano come due gemelle, quasi fossero il riflesso l’una dell’altra in quel mondo fatto di vetri e immagini.
La prima bambina rompeva gli specchi perché non sopportava la propria immagine e in quei frammenti vedeva soltanto tristezza e solitudine. L’altra, al contrario, riusciva a specchiarsi senza paura.
Due bambine. Una che aveva smarrito la capacità di ridere, l’altra che custodiva ancora abbastanza luce e sorrisi da poterle regalare ciò che le mancava.






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