di Alessandro Di Giuseppe
L’ultima cosa che vide prima che il timer spegnesse la luce del pianerottolo, fu il vaso che stava sotto il loro campanello. Un vaso verde, a forma di tartaruga.
L’aveva scelto e ce l’aveva piazzato sua madre, quel vaso, sotto il loro campanello. Anche la pianta che ci cresceva dentro l’aveva scelta lei: un’aspidistra. L’aveva scelta per sfida, perché cresceva poco, non fioriva quasi mai e quando lo faceva, i fiori sembravano dei brufoli schiacciati male. La sua, aveva promesso, sarebbe diventata così alta da superare la porta. E sarebbe fiorita ogni anno. E i suoi fiori sarebbero stati molto più belli e colorati dei risultati migliori che uscivano quando cercavi “fiori d’aspidistra” su Google Immagini.
Erano sette anni che avevano quel vaso sotto il campanello e non solo non aveva mai superato i trenta centimetri, ma non era mai fiorita. Nemmeno una volta, nemmeno per un fiorellino sghembo e scolorito.
Aspettò di abituarsi al buio e poi si mise a cercare le chiavi nella borsetta. Le trovò dopo venti minuti che ci frugava dentro.
Si tolse le scarpe e si avvicinò di un passo al portone. Le setole dello zerbino le punsero le piante dei piedi.
Trovò la toppa a tentoni e ci infilò la chiave tenendo il respiro. La girò accompagnando il movimento con la testa. Aprì di uno spiraglio, entrò in punta di piedi. A metà del corridoio si accorse che la luce del salotto era accesa.
Si apriva dietro una porta a vetri a scorrimento in stile giapponese, il loro salotto, ed era diverso da quelli che aveva visto a casa delle sue amiche: non c’era la cristalliera con il servizio buono, non c’erano il divano e la poltrona ancora avvolti nel cellofan, non c’era il tavolinetto di vetro con la zuccheriera e le tazzine da caffè in ceramica ma linee morbide, punti luce, tappeti fluo, sculture in plastica e serigrafie numerate appese ai muri. Le uniche cose più o meno simili a un salotto normale erano i vasi con le orchidee, il televisore e la libreria.
Era stata sua madre a progettare e arredare il loro salotto. Aveva progettato e arredato tutta la casa: era interior designer. E lo era da prima che quelle due parole cominciassero a significare qualcosa anche in Italia, da quando i clienti la chiamavano ancora “Architetto” . O “Architetta”, quando si sentivano particolarmente spiritosi.
Il portone si era aperto con un click metallico, la porta del salotto si aprì con un fruscio leggero.
Sua madre dormiva distesa sul divano. Planimetrie, fogli stampati e cataloghi aperti le facevano da coperta. Su un bracciolo un posacenere pieno di filtri, un accendino e due pacchetti di Glamour Rosa.
Sua madre era l’unica persona che conosceva che aveva continuato a fumare le sigarette tradizionali, la sola che non si era mai convertita all’Heets o all’Iqos. Lei aveva soltanto smesso con le Gauloises Blu e iniziato con le Glamour Rosa. E soltanto perché, a un certo punto, dal tabaccaio dove andava di solito, le Gauloises Blu non le aveva più trovate.
Lei, sua figlia, invece, non aveva mai fumato.
Non aveva paura del tumore o di perdere i denti o che le rimanessero le macchie di nicotina sulle dita. Semplicemente non era mai capitato o non era mai stata così curiosa di provare.
Non aveva mai fumato ma qualche volta, quando era più piccola, qualche sigaretta dai pacchetti di sua madre l’aveva rubata. Per le sue amiche, per i ragazzi che aveva avuto, per tenerle nella borsetta e dimostrare a tutti che era grande anche lei.
La guardò dormire per un po’. I capelli raccolti in una coda alta, le maniche della felpa tirate sopra i gomiti, l’espressione concentrata e tesa di quando aveva delle scadenze da rispettare.
Poi, fuori dalla finestra, un camion della spazzatura svuotò la campana di vetro dall’altra parte della strada e la svegliò.
«Come è andata?» le chiese mentre ripiegava le planimetrie, riallineava i fogli e impilava i cataloghi su uno degli scaffali della libreria.
«Tutto bene», rispose lei.
Quello era il copione che mettevano in scena ogni volta che parlavano: una delle due chiedeva come stava o come era andato quello che doveva fare all’altra, e l’altra diceva sempre che stava bene o che era andata bene. Stavano sempre bene. Anche le mattine che si sentivano così fragili che non avevano il coraggio di uscire dalle coperte perché avevano paura di rompersi. Anche le sere che tornavano a casa con il cuore bucato e l’anima ridotta a un puzzle di schegge microscopiche.
Ma stavano sempre bene.
E andava sempre tutto bene.
Era andata bene anche quella volta che si era addormentata in macchina, in autostrada, mentre rientrava da una settimana di clienti insoddisfatti e progetti bocciati, ed era riuscita a svegliarsi e a frenare giusto un attimo prima di finire contro un pilone.
Anche la vacanza a Corfù con quel suo ex era andata bene nonostante avessero litigato tutto il tempo e, a un certo punto, una sera l’avesse sbattuta contro un muro della loro stanza, le avesse messo una mano sul collo e avesse cominciato a stringere sempre più forte.
Andava bene, andava sempre tutto bene.
«Camomilla?», le chiese sua madre.
«Va bene», accettò lei.
Se il loro non era un salotto normale, la cucina era uguale identica a tutte le altre. C’era anche il calendario di Frate Indovino appeso sul muro vicino al frigorifero.
Entrarono in silenzio. Sua madre si era portata dietro le sigarette, lei aveva lasciato le scarpe all’ingresso, vicino al portaombrelli.
«Minnie o Paperina?» le chiese, tirando fuori due tazze della Disney dallo scolapiatti.
«Mmh», ci pensò sua madre, «facciamo Minnie».
Il piano a induzione ci mise quattro minuti a far bollire l’acqua. Le bustine di camomilla ce ne misero due a farla diventare giallina.
Si sedettero una davanti all’altra. Tra di loro il centrotavola, una ciotola di marmo grigio con dentro un potpourri rosso.
Aspettarono che i manici delle tazze si intiepidissero e bevvero in silenzio.
Poi sua madre sfilò una sigaretta dal pacchetto e se l’accese. Il fumo salì verso il soffitto e circondò il lampadario. A metà sigaretta si fermò e si mise a guardare la cenere che consumava la cartina.
«Martedì è il compleanno di tuo padre», mormorò.
Suo padre era morto una mattina di novembre del 2015. Lei aveva quindici anni. Sua madre trentasette.
Se lo ricordava ancora bene il giorno che era morto suo padre perché a scuola avevano letto I tulipani di Sylvia Plath e lei era stata l’unica di tutta la classe a capire il vero senso della poesia, a riuscire ad andare oltre i punti, gli a capo e le rime. Era stata così brava che, finita la lezione, la professoressa le aveva detto che era la ragazza più profonda, sensibile e matura che avesse mai conosciuto, che quelli erano doni preziosi, le aveva detto di usarli per scrivere anche lei delle poesie e che le sarebbe piaciuto leggerle.
Era tornata a casa felice, il giorno che era morto suo padre. Felice e con la voglia di raccontargli quello che era successo, di raccontarlo anche a sua madre e di mettersi subito a scrivere una poesia. Quando era rientrata a casa, però, invece dei suoi genitori aveva trovato sua zia, la sorella di suo padre. Aveva cucinato lei. Lasagne e bocconcini di pollo: i suoi piatti preferiti.
Aveva iniziato a sorridere e a parlare da quando l’aveva vista entrare. Mentre mangiava le aveva detto che dopo pranzo sarebbero andate in un posto, lo stesso dove stavano suo padre e sua madre, e che doveva sistemarsi bene per andarci, mettersi il suo vestito preferito. Non aveva smesso di parlare nemmeno in macchina e quando non trovava niente da dire, alzava il volume della radio.
Aveva smesso di parlare solo quando erano entrati nel vialone dell’ospedale.
Era rimasta in silenzio mentre parcheggiavano e mentre entravano nella camera mortuaria.
«L’altro giorno», riprese sua madre, «dentro una vecchia agenda ho trovato questa».
Spense la sigaretta, prese il portafoglio dalla tasca e tirò fuori una foto. La guardò per un po’. Gli occhi le diventarono rossi e poi le si riempirono di lacrime. Tirò su col naso e gliela passò. Era stata fatta con una di quelle vecchie macchinette che stampavano sulle foto la data e l’ora in cui avevano scattato: 24 dicembre 2000, ore 23.45.
C’erano loro tre, in quella foto: sua madre, suo padre e lei.
Sua madre aveva ancora i capelli castani e li portava ricci. Lei non doveva avere più di un anno.
Suo padre aveva la barba e stava in piedi accanto a un pupazzo di neve.
In quella foto suo padre stava in piedi.
Nei suoi ricordi suo padre era sempre seduto o sdraiato. Era la malattia che gli toglieva la forza di camminare o stare in piedi, una malattia autoimmune e degenerativa così rara che nessuno dei medici che l’aveva visitato aveva saputo dargli un nome. Nemmeno quelli svizzeri. Nemmeno quelli americani.
Di quella malattia di cui nessuno sapeva il nome ci era morto.
E il giorno dopo che era morto, lei e sua madre avevano smesso di parlare e avevano iniziato a recitare quel copione, quella scena che finiva sempre che andava tutto bene.
Quando l’aveva raccontato alla psicologa lei aveva sorriso e le aveva risposto che era una cosa normale, positiva e sana: signficava che stava diventando grande e che voleva imparare a gestire le sue cose e le sue emozioni da sola. Lei non ci aveva mai creduto. O almeno, non del tutto. Perché se in quei loro silenzi un po’ di adolescenza c’era ed era colpa sua, era stata sua madre a irrobustire le fondamenta che lei aveva scavato e a tappare ogni buchino che lei aveva lasciato aperto. E aveva iniziato a farlo tre mesi dopo la morte di suo padre, quando aveva ricominciato a uscire.
Usciva ogni venerdì e sabato sera.
Ogni tanto tornava a casa con qualcuno, con qualche uomo. Lei li sentiva dalla porta chiusa della sua stanza. Le voci le arrivavano attutite, sia quella di sua mamma che quella degli uomini che portava a casa.
Li sentiva ridere, bisbigliare, chiudersi in cucina e poi in camera da letto.
Non li trovava mai a casa, la mattina dopo. Ma c’era sempre una tazzina di caffè in più nel lavandino, un profumo più acre nel bagno, qualche filtro diverso schiacciato nel posacenere.
«Era il Natale che ci siamo trasferiti in questa casa» le spiegò sua madre, mentre lei guardava la foto. «Eravamo senza soldi: per la cena della vigilia mangiammo pasta al tonno e petto di pollo, l’albero l’abbiamo fatto ritagliandolo da un pezzo di cartone. Però eravamo felicissimi» e si fermò, spense la sigaretta che aveva finito nel posacenere, ne sfilò un’altra dal pacchetto e la strinse tra le labbra.
Lei appoggiò la foto sul tavolo, guardò sua madre e prese una sigaretta anche lei.
Fumarono in silenzio, guardandosi negli occhi. Tra di loro il centrotavola e quella foto datata 24 dicembre 2000, ore 23.45. Sopra le loro teste, a qualche centimetro dal soffitto, tutte le parole che avrebbero voluto dirsi da quella mattina di otto anni prima, quando suo padre era morto.
Poi sua madre si alzò e aprì la finestra. Il vento si portò via il fumo e quelle parole che ci galleggiavano dentro.
«A che ora parti domani», le chiese.
«Ho il treno alle sei».
«I soldi ce li hai?»
«Per il viaggio sì. Però sono arrivate le bollette. E dovrei prendere un paio di libri per gli esami».
«Domani ci penso io. Quando torni?»
«Il mese prossimo, come sempre».
«Va bene. Buonanotte».
Sua madre uscì. Lei rimase in cucina e fumò un’altra sigaretta, rimase a guardare quella foto e pensò a tutta quella sensibilità, quella maturità, quella profondità di pensiero che non aveva mai usato per scrivere poesie.
Poi spense il mozzicone nel posacenere e si fregò gli occhi.
Andava tutto bene.
Andava sempre tutto bene...
Commenti